giovedì 21 aprile 2011

Orazio, Odi ed Epodi

Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati!
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.


[Tu non chiedere (non è lecito saperlo) quale fine gli dei 
diedero a me, quale a te, o Leucone, e non consultare
gli astri babilonesi. Quanto è  meglio sopportare quello che sarà!
Sia che Giove ci regali molti inverni, sia che questo sia l'ultimo,
che ora si stanca sulle scogliere opposte del mare Tireno,
sii saggia, mesci il vino e ritaglia una lunga speranza
in uno spazio breve. Ora, mentre parliamo, fugge il tempo
che ci odia: strappa il giorno, quanto meno fiduciosa del futuro.]


N.d.T.: Mi scuso per l'empia traduzione: è molto che non traducevo!

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