martedì 27 gennaio 2015

CITAZIONE DEL GIORNO | Ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano

The Pianist polanski
(Il pianista, Roman Polanski, 2002
)

«Devi levartelo dalla testa, Margaret, e devi farlo presto. Vorrei anzi consigliarti di farlo in modo radicale, così sarà minore il disinganno. Io leggo in ogni tua lettera il desiderio di vedermi presto presso di te. E infatti, non è strano che tu lo desideri tanto. Anch’io non vedo l’ora e soffro veramente nell’attesa di te. Non è tanto questo che non mi lascia tranquillo, tuttavia, quanto il desiderio nascosto fra le tue righe di aver di nuovo presso di te lo sposo e amante, non solo, ma il pianista. Lo avverto chiaramente. Non è una curiosa inversione di sentimenti, forse, il fatto che io, che dovrei essere il più infelice, mi sia arreso al mio destino, mentre la donna che avrebbe tutti i motivi per essere grata che io sia vivo (finora) si lamenta del destino che mi è toccato?
Ho più volte il sospetto che si muova un silenzioso rimprovero contro di me, come se io fossi colpevole di non poter più suonare. E proprio per questo tu nelle tue lettere andavi frugando finché avessi trovato quella chiarezza che io ti avrei data più volentieri spontaneamente di persona. Forse è il destino a volere che la nostra situazione sia giunta a un punto tale, qui, da non sopportare né scuse né reticenze. Io non so se potrò parlarti ancora una volta; è bene quindi che questa lettera giunga nelle tue mani e che tu lo sappia già, nel caso un giorno io dovessi riapparire. Le mani sono andate, già dall’inizio di dicembre. Alla sinistra manca il mignolo, ma, quel che è peggio, alla destra si sono congelate le tre dita di mezzo. Posso afferrare il bicchiere solo con il pollice e il mignolo.

Sono piuttosto impacciato; soltanto quando a uno mancano le dita, capisce come servano anche per le più piccole operazioni. Tutt’al più posso ancora sparare, con il mignolo. Le mani sono andate. Non potrò passar la vita a sparare, quando non potrò più far altro. O forse basta per fare il guardiaboschi? Ma questa è allegria disperata. E lo scrivo soltanto per quietarmi.
Kurt Hahnke – mi sembra che tu lo conosca dai tempi del collegio, nel ‘37 –, otto giorni fa in una piccola strada laterale della Piazza Rossa, su un pianoforte a coda, ha suonato l’Appassionata. Non accade tutti i giorni; il pianoforte era proprio lì sulla strada. La casa era stata fatta saltare, ma lo strumento, certo per compassione, l’hanno tirato fuori e sistemato sulla strada. Ogni soldato che passava ci martellava su ed io ti domando dove, in qual parte del mondo si trovino i pianoforti per le strade. L’ho già scritto: il giorno 4 gennaio, Kurt ha suonato in modo incredibile, sarà presto sul primo fronte.
Scusami, ho scritto “fronte” e non ho scritto “in prima fila”, usando un’espressione militare, tanto grave è già l’influenza della guerra su noi tutti. Se il ragazzo tornerà, sentiremo di lui meraviglie, ben presto. Non dimenticherò mai queste ore, mai. Vi concorrono già, del resto, la natura ed il carattere dell’uditorio. Peccato non essere uno scrittore per rendere con le parole appropriate come quelle cento reclute sedessero, nei loro  mantelli, le coperte tirate sin sulla testa. Si sentiva sparare da tutte le parti, ma nessuno si lasciava distrarre; ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano.
Stai meglio ora che sai tutta la verità?»

(Ultime lettere da Stalingrado, trad. di M. Rauchetti, Einaudi, Torino, 1962)

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