giovedì 20 agosto 2015

LIBRI | Che tu sia per me il coltello

che tu sia per me il coltello grossman

Che tu sia per me il coltello è esattamente il tipo di titolo di libro che accende totalmente il mio interesse, fomentato anche dalle spassionate lodi a tutto tondo da parte dei lettori di questo romanzo di David Grossman (uno che in fatto di titoli accattivanti ne sa abbastanza, da  Il libro della grammatica interiore a Qualcuno con cui correre, giusto per citarne due). Ma nonostante il rischio di suscitare tutte le antipatie dei librofili del mondo, io Che tu sia per me il coltello l’ho odiato!

Dire “l’ho odiato” è forse inappropriato: il libro è senza ombra di dubbio un capolavoro, sia dal punto narrativo (brillante l’espediente del romanzo epistolare-diario a senso unico, senza un vero e proprio dialogo tra le voci protagoniste), sia per quanto riguarda lo stile (come di rado mi accade ho sottolineato così tanti passi e messo le “orecchie” a così tante pagine che il volume è raddoppiato!). Anche l’argomento è sicuramente nelle mie corde: una struggente ed impossibile storia d’amore tra un uomo ed una donna, Yair e Myriam, ciascuno con la propria famiglia, il proprio lavoro, il proprio dramma interiore legato ad un passato scomodo e mai dimenticato e ad un presente troppo stretto. Sulla carta ha quindi tutte le caratteristiche per entrare di prepotenza fra i miei libri preferiti, eppure l’ho odiato.
Ad essere precisi ho odiato Yair.

Yair incarna per me tutte le debolezze dell’essere umano che più disprezzo: è un pavido, gli manca qualsiasi forma di coraggio. Non ha il coraggio di amare Myriam sulla quale riversa quello che può sembrare un tenero amore, fatto di dichiarazioni poetiche, di condivisione dei segreti più oscuri del passato e delle paure più profonde riguardo il futuro. Non dice mai palesemente di amarla, ma la cerca, la desidera, la corteggia, il tutto con le parole più dolci, le metafore più argute e con un’intimità ardente che neanche i coniugi più rodati possono avere. Pretende da lei un’onestà intellettuale quasi disumana, al limite della ferocia, qualcosa che lei non può dargli perché la ferocia non appartiene al mondo di Myriam ma solo al suo, a quello di un uomo piccolo.

«Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: “Con lei ho stillato la verità”. Sì, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te, prometto. Un coltello affilato ma misericordioso»

Il problema è che Yair non ha nulla di misericordioso: è prepotente ed egoista. Irrompe senza pietà nella vita già difficile di Myriam e la sconvolge dalle fondamenta, ventilandole un alito di speranza e di fiducia, lei che vive nel dolore, nel rimorso e nell’inadeguatezza. Le offre un salvagente che per molti mesi diventa la sua unica salvezza e poi improvvisamente trancia di netto la fune e la lascia navigare da sola, in un mare ancora più tempestoso. Yair non ama Myriam, ama solo se stesso, gode della sua parola scritta ma non ha il coraggio di pronunciarla ad alta voce, al cospetto di lei; e quando arriva la resa dei conti ha paura e scappa, abbandonandola al suo destino, nascondendosi dietro un vile silenzio che maschera in maniera fallimentare da risolutezza. Non ha alcun coraggio, questo uomo piccolo, neanche di lasciare la moglie Maya che non ama ma con cui ha trovato un sottile e comodo equilibrio; forse ama il figlio Yidò, ma talvolta sembra più in competizione con lui, anzi in lotta, contro qualcuno che gli ricorda se stesso da bambino, già sordido ed egotista.

Yair è l’ennesimo esempio di uomo piccolo che spesso si trova nei romanzi di autori ebrei: leggendo di lui ho ricordato i gretti protagonisti di Lamento di Portnoy di Roth, La famiglia Karnowsky di Singer e L’apprendistato di Duddy Kravitz di Richler. Omuncoli che si crogiolano nelle loro debolezze e che nonostante i successi delle loro vite restano infimi e senza alcun spessore morale. Aspirano ad una felicità interiore che non potranno possedere mai perché non hanno abbastanza determinazione per prendersela.

Mentre dall’altra parte ci sono le donne, fiere nella loro debolezza, coraggiose come Myriam che non hanno paura di affrontare i propri fantasmi, di buttare all’aria un presente infelice seppur consolidato dall’abitudine e dalle difficoltà per ammettere con una singolare onestà intellettuale che fino ad oggi hanno sbagliato tutto ma sono pronte a ricominciare da zero.

«È proibito a un essere umano accettare di trasformarsi in coltello per un altro. È proibito persino avanzare una richiesta del genere!»

Che tu sia per me il coltello è uno di quei libri che vanno letti (e qui sta il successo di Grossman) per la parola delicata ma al contempo feroce; per il lirismo espressivo; per la nudità interiore che permette di esprimere a chi legge.
Ma soprattutto per imparare a riconoscere gli uomini come Yair da cui fuggire prima che facciano a brandelli l’anima.

Adesso sono davvero curiosa di sapere perché voi lo avete amato!

7 commenti:

  1. Giulia, la mia visione dei fatti è più prosaica. Dopo "Qualcuno con cui correre" (emozionante) e "A un cerbiatto somiglia il mio amore" (commovente), "Che tu sia per me il coltello" è una lunga, logorante, impietosa serie di martellate sui coglioni.
    L'ho detto, scusa.

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    1. Grandissima! Pane al pane e vino al vino!

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    2. Ehm.... Io AMO A un cerbiatto somiglia il mio amore. Dopo le vostre due recensioni, non so mica se proverò a leggere questo.... :D

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  2. Intrigante +_+
    Kisses,

    Nicoleta
    http://reinventyourself.guide

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  3. L'ho desiderato per anni,comprato da poco in edizione limitata,attendo di leggerlo con trepidazione ^^

    http://unamelaalgustopesce.blogspot.it/

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    1. Spero ti piaccia più di quanto è piaciuto a me!

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Mi piace sapere cosa ne pensate! Grazie per aver commentato!