lunedì 2 novembre 2015

CINEMA | The lobster

the lobster

Più inquietante dell’occhio del Grande Fratello di 1984, più straziante del fatalismo di Non lasciarmi,  il futuro distopico immaginato da Yorgos Lanthimos in The lobster terrorizza più dei vampiri di Io sono leggenda. Sarà perché tratta un argomento che riguarda un po’ tutti, sarà perché è permeato di un’ironia nera che non abbandona la scena dal primo all’ultimo istante, sarà per altri mille motivi che non si possono capire se non vedendolo, ma posso dire senza esitazione che il Premio della Giuria che il film si è giudicato a Cannes lo scorso maggio è un riconoscimento non sufficiente per questo piccolo capolavoro del grottesco.

Lanthimos, regista greco di cui spero sentiremo molto parlare in futuro, porta sul grande schermo una situazione ordinaria rendendola straordinaria attraverso un’estremizzazione brutale e ridicola, riuscendo nell’obiettivo di condannare l’ingiusto ostracismo sociale a cui spesso al giorno d’oggi sono condannati i single e contemporaneamente dileggiando tutto quel zoccolo duro di single che fanno della loro esistenza un exemplum da seguire per raggiungere la completezza interiore.

the lobster still life

In un vicinissimo futuro antiutopico i single sono costretti a trascorrere all’interno di un hotel-casa di cura 45 giorni, periodo di tempo in cui devono riuscire ad innamorarsi o verranno tramutati in un animale a loro scelta. All’interno di questo hotel subiscono una martellante e paradossale educazione sentimentale nel quale grossolanamente gli viene spiegato perché la vita di coppia è da preferire rispetto allo status di single. Hanno anche la possibilità di allungare la propria permanenza all’interno della struttura attraverso delle battute di caccia in cui devono catturare i cosiddetti “Solitari”, persone che si sono ribellate al sistema e vivono nel bosco allo stato brado. David (Colin Farrell), costretto a rinchiudersi nell’albergo perché la moglie lo ha lasciato per un altro, fatica ad adattarsi agli ingranaggi della società e alla vita alienante condotta dagli altri villeggianti. Dopo una serie di eventi squallidamente bizzarri, non riuscendo a trovare l’amore in un mondo senza amore, decide di scappare per nascondersi nei boschi mischiandosi ai Solitari. Ma neanche la loro è una condizione invidiabile, in quanto la spietata leader del gruppo (Léa Seydoux) vieta categoricamente qualsiasi forma di affetto tra i fuggitivi, pena sanguinarie punizioni corporali. Le violente restrizioni che vigono tra i Solitari diventano ancora più opprimenti quando David si innamora di una donna (Rachel Weisz) con cui ha in comune solamente la miopia.

lobster

La realtà dipinta da Lanthimos è rivestita di una crudeltà opprimente ed è resa sopportabile solo dall’ironia con cui ogni situazione viene raccontata; ma l’ironia non smorza i toni della ferocia rappresentata, anzi, esacerba la critica in un’iperbole di assurdità che non trova fine. Fa tenerezza David mentre è alla ricerca di qualcuno da amare e, una volta trovato, suscita ancora più compassione per la disperazione con cui cerca di tenerselo stretto, in un mondo in cui i sentimenti sono banditi e l’unico credo concesso è un devoto rispetto delle convenzioni sociali.

Immagino il regista a cena in mezzo ad una serie di coppie infelicemente sposate e ad un’altrettanta infelice serie di single convinti. Lo immagino studiare l’una e l’altra fazione e concepire l’idea di questo film, osservando coniugi uniti da tempo immemore che hanno dimenticato i motivi per cui si sono sposati, che hanno fatto figli per resuscitare un amore morto e sepolto, senza successo, e che si trascinano assieme nelle vie del matrimonio solo perché è quello che devono fare; ed allo stesso modo lo immagino scrutare single incalliti che fanno del loro individualismo una bandiera, una filosofia, non una condizione di vita e si crogiolano nella loro presunta inattaccabile libertà, che non prevede la possibilità di legarsi a qualcuno, non perché non vogliono ma perché non possono a causa della loro aridità sentimentale. L’abilità di Lanthimos sta nel raccontare una storia quanto mai assurda, rendendola ridicola ma spaventosa allo stesso tempo, e contestualmente riesce a sferzare una impietosa critica alle convenzioni, alle regole, alle verità che ci vengono imboccate fin dalla tenera età (che la vita è fatta di un futuro di coppia, che non si è felici o realizzati senza un partner fisso) come a quelle di nuova generazione (che la vita è solo nostra, che l’unica via per essere compiuti è concentrarsi sulla propria individualità). Ma The lobster è anche un inno all’amore, quello che sembra non esserci in tutti i 118 minuti di proiezione ed invece, a riflettere bene, è in scena dall’inizio alla fine, incarnato in David, non un semplice personaggio, ma un vessillo di speranza in una società che dovrebbe solamente disintegrarsi sono il peso della propria anaffettività.

Regia spettacolare, cura della fotografia minuziosa e maniacale, musiche martellanti e silenzi assordanti completano un piccolo capolavoro cinematografico, reso grande anche dalle interpretazioni di un cast veramente sofisticato.

The lobster fa ridere di quel riso amaro che condisce spesso la nostra quotidianità, quel riso fatto per non piangere che lascia l’amaro in bocca.

6 commenti:

  1. mi incuriosiva ma nn ero del tutto convinta...interessante il tuo post...

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    1. Spero tu lo abbia visto perché è una perla!

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  2. Una mia amica da un po' me ne parla, ma tu mi hai convinto ancora di più!

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  3. non lo avevo ancora preso in considerazione... ora sono molto curiosa!

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Mi piace sapere cosa ne pensate! Grazie per aver commentato!